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Dicono di noi
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IL MATTINO Miseria e nobiltà nella dimora Giroux, diventato hotel de charmedi Antonella Cilento E chi poteva sospettare che un amico di vecchia data, Pietro Fusella, fosse uno dei pronipoti del marchese Nicola Lecaldano Sasso La Terza, infaticabile viaggiatore, collezionista di porcellane orientali, giocatore e gaudente? O che un suo avo, Gaetano Fusella, fosse un musicista di fama, autore di un manuale fondamentale di tecnica del violino, che, non solo aveva sposato una delle figlie di Nicola, ma era anche stato allievo di Dworzàk, aveva avuto una brillantissima carriera internazionale e aveva diretto a Napoli nel 1906, la scuola di violino del Real Conservatorio? Quando, alcuni anni fa, si aprì l’elegantissimo Chiaia hotel de charme nell’appartamento che era stato, a cavallo fra Otto e Novecento, di Nicola Lecaldano, Palazzo Giroux in via Chiaia 216 era noto ai più solo come «il palazzo di Brandi»: ai piani bassi, infatti, dove l’edificio settecentesco confina con via Sant’Anna di Palazzo, sorge l’antica pizzeria culla della pizza Margherita. Invece, sia pur seppellito nella memoria dei napoletani, Palazzo Giroux contiene affascinanti segreti: una scala in stile vanvitelliano, appartamenti principeschi (quello dei Lecaldano e quelli dei marchesi Lucchesi Palli) e un ultimo piano decorato con grandi pastiglie di stucco monocrome che ritraggono personaggi celebri della cultura italiana. All’esterno, l’edificio è fra i più eleganti della strada, oggi gremita di insegne e negozi, ma nelle sue viscere si apre un ingresso poco noto di Napoli Sotterranea, i cui cunicoli s’inoltrano sotto gli antichi quartieri delle truppe spagnole per collegarsi con i tunnel che spuntano in Piazza San Gaetano. Diverse nel tempo le destinazioni dei piani nobili: se gli eredi di Nicola Lecaldano avevano affittato, a cavallo della guerra, l’appartamento alla grande sartoria Scarano (Pietro Fusella mi racconta di una anziana signora italo-americana, tornata a Napoli in vacanza, quasi venuta entrando nell’hotel dove aveva lavorato come aiuto sarta da bambina), Palazzo Giroux è rimasto anche dimora dei marchesi Lucchesi Palli, grande ceppo nobiliare che alla nostra Biblioteca Nazionale ha donato la più bella collezione di teatro che la città possegga. E se la famiglia Lucchesi Palli il palazzo l’aveva arricchito e decorato - persino un teatro privato, attivissimo fra il 1853 e il 1857, che oggi è invisibile («Sospetto sia all’ultimo piano», confessa Pietro Fusella, «ma non sono mai riuscito a vederlo») -, c’era anche dell’altro. Accanto alle dimore nobiliari, interi piani erano sede di uno dei casini più famosi di Napoli, che nell’Ottocento diventava una città verticale: gli edifici delle grandi famiglie, piccole regge con i piani bassi abitati dalla servitù e occupati da stalle, pozzi privati e cantine, si trasformavano, con la decadenza dei patrimoni, in condomini ante litteram, dove marchesi, sartine, prostitute e avvocati coabitavano. In vico Sant’Anna di Palazzo 3, infatti, proprio accanto all’antica dimora dei Lucchesi Palli e dei Lecaldano Sasso, era alloggiato «La Suprema», o il «Tre», come si definiva per brevità alludendo al civico, il più noto dei bordelli di Chiaia, attivo fino all’introduzione della Legge Merlin. Oggi le stanze che confinano fra i due edifici compongono un’estensione del Chiaia Hotel e di quest’uso restano tracce nell’aria malandrina degli affacci - le prostitute si mostravano nel cortile interno ai clienti - e in qualche residuo d’epoca (una pila di marchette che mi mostra Pietro, ad esempio). Le stanze d’hotel oggi portano i nomi di battaglia delle mestieranti famose: Mimì d’ ’o Vesuvio, ovvero Gelsomina, libera pensatrice e postina di dispacci per la Resistenza; Anastasia ’a Friulana, all’anagrafe Giovanna, desiderosa di fare cinema e finita a fare il mestiere; Dorina da Sorrento, nata sui monti Lattari ma fuggita a Napoli perché stanca di vivere in provincia. Ma mentre il casino viveva gli anni d’oro, nel 1888 il conte Febo Edoardo Lucchesi Palli dei principi di Campofranco donava la sua ricca biblioteca drammatica, con annesso Archivio musicale, allo Stato italiano. Divisa fra rami siciliani e napoletani, la famiglia aveva nel conte Edoardo un rappresentante eterodosso: nato a Milano il 13 ottobre 1837, secondogenito del conte Ferdinando e della cantante lirica Adelaide Tosi, aveva il teatro nel Dna. Adelaide Tosi, figlia di un avvocato di Milano, allieva di Crescentini, aveva esordito a La Scala nel 1821 e aveva avuto una carriera gloriosa nei teatri di Napoli, Madrid e Vienna. Era dunque inevitabile che Edoardo costruisse in casa un «Teatro Accademico», mettendo in scena opere contemporanee e commedie tradotte dal francese. Edoardo avrebbe voluto destinare la sua donazione a Palazzo Cuomo, all’epoca recente sede del Museo Filangieri, ma gli spazi erano carenti: la stampa ne trattò ampiamente e se la prese, manco a dirlo, con l’inefficienza della pubblica amministrazione. In quegli stessi anni i vicini marchesi Lecaldano Sasso La Terza entravano a loro volta nella storia cittadina: un loro erede, Franz Lecaldano, diventava l’amministratore del giornale di Matilde Serao e Edoardo Scarfoglio. Narrano le cronache che, per alcuni articoli pagati a D’Annunzio e dal poeta mai consegnati, Franz andò fin dentro l’abitazione del poeta a requisire quel che trovava come risarcimento per il danno subito. Un particolare piglio imprenditoriale di famiglia, visto che già Nicola Lecaldano era stato finanziatore delle Officine di arti grafiche napoletane, site in vico Rosario di Palazzo 25 (il cosiddetto Palazzo Stamperia) del cavalier Cinquegrana. Le Officine producevano le primissime stampe a colori degli affreschi e dei mosaici di Pompei (alcune sono conservate nelle stanze del Chiaia Hotel, intestate tutte agli avi di famiglia e riarredate in perfetto stile Ottocento, una diversa dall’altra) e il marchese, benemerito, aveva scritto nel testamento che se i suoi eredi non avessero continuato a finanziare il cavalier Cinquegrana avrebbero perso i loro diritti. Ma la famiglia Fusella-Lecaldano non ha mai smesso di pensare in grande e di accogliere le arti: Pietro, suo zio Mimì e sua cugina Candida sono oggi attivi imprenditori piuttosto speciali. I media hanno riportato in questi mesi la notizia di un’intelligente iniziativa: una telecamera, collegata in diretta continua con il sito dell’hotel, spia la strada dal bel balcone nobiliare del palazzo, a dimostrare a turisti stranieri e italiani che Napoli sa essere anche pulita e che di spazzatura, almeno in certe zone, non ce n’è. Una bella insegna esterna, in fine, auspica la fine di ogni guerra nel mondo: Palazzo Giroux continua, dunque, la sua storia di dimora fuori dai canoni. |






